Moltissime donne quando si sposano o vanno a convivere con il proprio compagno diventano schiave della casa. Trascorrono il poco tempo libero a strofinare, lucidare e provano ansia all'idea di cucinare un piatto elaborato o invitare ospiti a cena per paura di contaminare la propria dimora immacolata.
Ho sentito parlare di donne che non sollevano le tapparelle per non sporcare i vetri, che non sopportano la visione delle gocce di acqua sul lavabo o che ordinano gli oggetti negli armadi per dimensione e per colore.
Anche se non necessariamente nascono da disturbi ossessivo-compulsivo, quasi sempre questi comportamenti nascondono un profondo bisogno di rigore e di controllo: mantenere perfetto il fuori per rendere più pulito e ordinato il dentro.
Così spesso accade che quelle che inizialmente sembravano le innocue premure di una giovane donna di casa, con il tempo si trasformino in rigide regole di comportamento da eseguire con cura meticolosa, in maniera rituale.
Quando si arriva a questi punti le ripercussioni sulla vita privata e sentimentale sono inevitabili: ho visto donne perdere la propria allegria e vitalità, diventare addirittura sessualmente frigide.
Schiacciate dal risentimento e dalla frustrazione, queste persone dimenticano il piacere di una chiacchierata a tavola, la dolcezza di un bacio, le tenerezza delle coccole sotto le coperte...
Preferiscono accontentarsi della piccola soddisfazione che provano davanti a una pila ordinata di panni ben stirati!
Ho deciso di parlare di questo argomento perchè io stessa, da quando vivo con il mio compagno, faccio fatica a non cadere vittima di questa schivitù. Capisco che tutto può partire dalla semplice frase: "mi piace vedere la mia casa tutta bella ordinata...".
I moniti, i buoni propositi non servono a nulla.
L'unica soluzione veramente efficace sta nell'imporsi delle azioni concrete capaci di interrompere e, quindi, indebolire il perverso meccanismo mentale: rilassarsi davanti ad un film il martedì sera anche se è la "serata pavimenti", guardare la polvere sul parquet e decidere di non raccoglierla, dedicare alla pulizia della casa un numero massimo di ore alla settimana, stabilire con il proprio compagno una suddivisione dei lavori domestici.
Inoltre, è importantissimo realizzare quando ci si sta ponendo un limite per non turbare la rountine domestica (ad esempio, si decide di non adottare un animale, non invitare amici a cena, non organizzare una festa); in quei casi l'unica cosa da fare è guardarsi allo specchio, darsi dell'idiota e fare (subito) quello che ci si stava negando.
Così facendo la casa probabilmente subirà qualche ripercussione, apparirà meno impeccabile agli occhi degli altri ma tu, donna, ritroverai la tua libertà.
Visualizzazione post con etichetta OSSESSIONE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta OSSESSIONE. Mostra tutti i post
martedì 16 gennaio 2024
sabato 26 febbraio 2022
L'ARTE DI THEODORE GERICAULT
Géricault è un artista che io amo molto, nel periodo in cui disegnavo con il carboncino ho preso moltissimo spunto dalle sue opere e dal suo stile.
Di lui si parla poco (io stessa l’ho scoperto per caso, sfogliando un libro d’arte), forse a causa della sua morte molto precoce (1791-1824), forse per la natura del tema prevalentemente trattato nei suoi dipinti: il mondo della medicina sia dal punto di vista scientifico (e per certi versi macabro) sia dal punto di vista psichiatrico.
Il suo massimo capolavoro è sicuramente La zattera della “Medusa” (1818-1819), un quadro che prende spunto da un fatto di cronaca successo nel 1816: l'affondamento della nave francese Meduse al largo dell’Africa Occidentale. Gli occupanti della nave, circa 150 persone, si imbarcano su una malcerta zattera e affrontano giorni e giorni di navigazione fra terribili disagi, un'esperienza dolorosa che condusse alla morte della gran parte di loro. Alla fine i superstiti furono solo una quindicina, che sopravvissero alla disperazione, alla fame e alla sete anche grazie ad episodi di cannibalismo.
In ogni punto del quadro regnano i due sentimenti della speranza e della disperazione, due forze opposte che lottano drammaticamente tra di loro e che, nei punti di maggiore intensità, danno forma a due nitide piramidi: la prima che parte dall’immagine dell'uomo morto in basso a sinistra ed ha il vertice nell'uomo di spalle che sta agitando un panno in cerca di aiuto e la seconda che parte dalle onde minacciose del mare per giungere all'albero che sorregge la vela.
Per realizzare questo quadro, Géricault affitta uno studio vicino all'ospedale, ed esamina dal vivo malati, moribondi, cadaveri, copiando persino pezzi anatomici (teste, braccia, piedi) da utilizzare per indicare il cannibalismo.
A fare da modelli sceglie alcuni tra i propri amici (uno, in particolare, con l'itterizia, scelto come perfetto per il ruolo), tra cui l'amico pittore Eugene Delacroix (che è l'uomo morto in primo piano a sinistra).
Nel 1822 l’artista si ammala di una forma depressiva che lo porta a rivolgersi al giovane e già noto alienista dottor Étienne -Jean Georget che, a sua volta, lo presenta al celebre medico e scienziato Jean-Étienne Dominique Esquirol.
E’ la frequentazione di questi due pionieri della psichiatria moderna (furono i primi scienziati a denunciare l’emarginazione dei malati mentali), che porta Géricault a realizzare dal vivo i dieci ritratti di alienati monomaniacali (cinque dei quali andati dispersi). Un’indagine scientifica della follia attraverso la pittura, che costituisce una novità assoluta nella storia dell’arte.
Si tratta di quadri di straordinaria bellezza, personaggi difficili da dimenticare, che colpiscono per le espressioni contrite, i volti segnati dalla sofferenza, gli occhi cerchiati e rivolti verso un unico obiettivo: l’oggetto della loro ossessione.
Géricault, attraverso la pittura, studia in profondità l'individuo e i pensieri più sconosciuti dell’animo umano per poi esprimerli con un realismo e una precisione tali da rendere quasi possibile la diagnosi.
Inquieti e drammatici restano, a parer mio, tra i ritratti più belli mai realizzati.
Da sinistra in senso orario: mania del rapimento di bambini, la cleptomania e l'assassinio, l'invidia e la mania del comando militare. In questa rappresentazione manca la mania del gioco.
Di lui si parla poco (io stessa l’ho scoperto per caso, sfogliando un libro d’arte), forse a causa della sua morte molto precoce (1791-1824), forse per la natura del tema prevalentemente trattato nei suoi dipinti: il mondo della medicina sia dal punto di vista scientifico (e per certi versi macabro) sia dal punto di vista psichiatrico.
Il suo massimo capolavoro è sicuramente La zattera della “Medusa” (1818-1819), un quadro che prende spunto da un fatto di cronaca successo nel 1816: l'affondamento della nave francese Meduse al largo dell’Africa Occidentale. Gli occupanti della nave, circa 150 persone, si imbarcano su una malcerta zattera e affrontano giorni e giorni di navigazione fra terribili disagi, un'esperienza dolorosa che condusse alla morte della gran parte di loro. Alla fine i superstiti furono solo una quindicina, che sopravvissero alla disperazione, alla fame e alla sete anche grazie ad episodi di cannibalismo.
In ogni punto del quadro regnano i due sentimenti della speranza e della disperazione, due forze opposte che lottano drammaticamente tra di loro e che, nei punti di maggiore intensità, danno forma a due nitide piramidi: la prima che parte dall’immagine dell'uomo morto in basso a sinistra ed ha il vertice nell'uomo di spalle che sta agitando un panno in cerca di aiuto e la seconda che parte dalle onde minacciose del mare per giungere all'albero che sorregge la vela.
Per realizzare questo quadro, Géricault affitta uno studio vicino all'ospedale, ed esamina dal vivo malati, moribondi, cadaveri, copiando persino pezzi anatomici (teste, braccia, piedi) da utilizzare per indicare il cannibalismo.
A fare da modelli sceglie alcuni tra i propri amici (uno, in particolare, con l'itterizia, scelto come perfetto per il ruolo), tra cui l'amico pittore Eugene Delacroix (che è l'uomo morto in primo piano a sinistra).
Nel 1822 l’artista si ammala di una forma depressiva che lo porta a rivolgersi al giovane e già noto alienista dottor Étienne -Jean Georget che, a sua volta, lo presenta al celebre medico e scienziato Jean-Étienne Dominique Esquirol.
E’ la frequentazione di questi due pionieri della psichiatria moderna (furono i primi scienziati a denunciare l’emarginazione dei malati mentali), che porta Géricault a realizzare dal vivo i dieci ritratti di alienati monomaniacali (cinque dei quali andati dispersi). Un’indagine scientifica della follia attraverso la pittura, che costituisce una novità assoluta nella storia dell’arte.
Si tratta di quadri di straordinaria bellezza, personaggi difficili da dimenticare, che colpiscono per le espressioni contrite, i volti segnati dalla sofferenza, gli occhi cerchiati e rivolti verso un unico obiettivo: l’oggetto della loro ossessione.
Géricault, attraverso la pittura, studia in profondità l'individuo e i pensieri più sconosciuti dell’animo umano per poi esprimerli con un realismo e una precisione tali da rendere quasi possibile la diagnosi.
Inquieti e drammatici restano, a parer mio, tra i ritratti più belli mai realizzati.
Da sinistra in senso orario: mania del rapimento di bambini, la cleptomania e l'assassinio, l'invidia e la mania del comando militare. In questa rappresentazione manca la mania del gioco.
Iscriviti a:
Post (Atom)


